Il 15 agosto 2026 segna mezzo secolo dall’ultima partenza di una donna in un Gran Premio di Formula 1. Da allora il motorsport femminile ha costruito nuove opportunità, ma la storia di Maya Weug racconta quanto sia ancora difficile trasformare un talento emerso in una carriera professionistica stabile.
Ci sono date che, nel motorsport, finiscono per assumere un significato molto più grande dell’evento che ricordano.
Il 15 agosto è una di queste.
Cinquant’anni fa, il 15 agosto 1976, Lella Lombardi si schierava al via del Gran Premio d’Austria sull’Österreichring. Per l’italiana quella sarebbe stata la sua ultima partenza in Formula 1. Arrivò al traguardo in dodicesima posizione, ma quella gara avrebbe finito per diventare qualcosa di molto più importante nella storia del motorsport femminile: ancora oggi, infatti, Lombardi è l’ultima donna ad aver preso il via di un Gran Premio valido per il Mondiale di Formula 1.
Cinquant’anni sono un periodo di tempo enorme per qualsiasi sport, ma forse lo sono ancora di più per la Formula 1. In questo mezzo secolo le macchine sono diventate più veloci e più sicure, la preparazione dei piloti è cambiata radicalmente, la tecnologia ha trasformato il modo di correre e persino il rapporto tra pubblico e campionato è completamente diverso da quello degli anni Settanta.
Eppure, guardando la griglia, quel dato è rimasto fermo.
Dopo Lella Lombardi, nessun’altra donna è più riuscita a prendere il via di un Gran Premio di Formula 1.
Lombardi, peraltro, non è ricordata soltanto per essere stata l’ultima. Nel 1975, al Gran Premio di Spagna disputato sul circuito del Montjuïc, conquistò mezzo punto iridato in una gara interrotta prima della distanza necessaria per assegnare il punteggio pieno. È tuttora l’unica donna ad aver ottenuto punti nel Campionato del Mondo di Formula 1. Prima di lei, nel 1958, Maria Teresa de Filippis era stata la prima donna a partecipare a un Gran Premio valido per il Mondiale.
Da allora sono passate generazioni di pilote. E, soprattutto negli ultimi anni, qualcosa ha iniziato finalmente a muoversi.
La nascita di F1 Academy rappresenta probabilmente il cambiamento più evidente. La categoria ha portato le giovani pilote all’interno dei weekend di Formula 1, ha aumentato la loro esposizione internazionale e ha coinvolto direttamente le squadre del Mondiale. Non è più soltanto necessario sperare che una ragazza particolarmente veloce riesca a farsi notare: oggi esiste un campionato costruito per accompagnare e sviluppare quel talento.
Ma proprio qui comincia la parte più complicata della storia, perché trovare il talento è una cosa, fare in modo che quel talento continui a correre quando termina il percorso previsto è un’altra.
La vicenda di Maya Weug lo dimostra in maniera quasi paradossale.
Weug è stata una delle protagoniste più interessanti delle prime stagioni di F1 Academy. Nel 2024 ha chiuso il campionato al terzo posto; nel 2025 ha fatto un ulteriore passo avanti, conquistando il secondo posto finale alle spalle di Doriane Pin. I numeri raccontano una stagione di vertice: nove podi e tre vittorie, su una griglia nella quale il livello competitivo è progressivamente cresciuto. La sua stessa scheda ufficiale F1 Academy la indica come vicecampionessa 2025 con 157 punti.
Non è nemmeno una pilota arrivata fin lì per caso. Nel 2021 Weug era diventata la prima donna a entrare nella Ferrari Driver Academy dopo aver vinto il programma FIA Girls on Track – Rising Stars. Un risultato che, all’epoca, aveva un valore simbolico enorme: sembrava l’inizio di un percorso capace di portarla sempre più vicino ai vertici delle monoposto.
Quando è arrivato il momento di lasciare F1 Academy dopo due stagioni, il sistema ha provato a costruire per lei un passaggio successivo. Nel dicembre 2025 la categoria aveva annunciato un test finanziato su una Ferrari 296 GT3 di AF Corse, spiegando esplicitamente che l’obiettivo era aiutarla a trovare un sedile professionistico per il 2026. La stessa Susie Wolff aveva definito F1 Academy una tappa intermedia, non una destinazione finale.
Ed è proprio questo il punto.
Una tappa intermedia ha senso soltanto se esiste una strada che porta alla tappa successiva. Nel 2026 Weug ha avuto la possibilità di affacciarsi al GT endurance con ART Racing, conquistando anche un secondo posto al debutto, e ha avuto l’opportunità di guidare una vettura di Formula E durante l’E-Prix di Miami. Sono esperienze importanti e dimostrano che il suo percorso non si è fermato completamente. Sul suo stesso sito professionale Weug descrive infatti il 2026 come un anno tra GT endurance e Formula E.
Ma il problema resta: non c’è un programma agonistico completo che le garantisca continuità ed è questo che ha dato particolare risonanza al suo recente messaggio sui social, con il quale Weug ha raccontato la difficoltà di trovare una soluzione per continuare a correre e ha rivolto un appello a team, sponsor e addetti ai lavori.
È una situazione che colpisce proprio perché riguarda una pilota che, almeno sulla carta, rappresenta uno degli esempi migliori di ciò che il sistema vorrebbe produrre.
Una ragazza entra nel programma Ferrari, corre due stagioni in F1 Academy, arriva terza e poi seconda in campionato, conquista vittorie e podi, riceve un test GT3 finanziato dalla stessa categoria e, pochi mesi più tardi, deve ancora cercare una collocazione professionale stabile.
Questo non significa che F1 Academy abbia fallito anzi, sarebbe una conclusione troppo facile e poco corretta. La categoria ha dato a Weug opportunità che qualche anno prima sarebbero state molto più difficili da ottenere e continua a cercare strumenti per accompagnare le proprie pilote verso il professionismo.
Il caso Weug pone però una domanda diversa, e forse più importante: quanto è solido il percorso dopo F1 Academy?
È una questione che riguarda tutto il motorsport femminile. Perché la difficoltà non comincia necessariamente quando una pilota deve dimostrare di essere veloce. Può arrivare dopo, quando bisogna trovare un team disposto a investire, uno sponsor capace di sostenere il progetto, una categoria nella quale continuare a crescere e, soprattutto, un sedile che permetta di accumulare esperienza senza interrompere il percorso.
In altre parole, non basta costruire una porta d’ingresso. Bisogna assicurarsi che dall’altra parte ci sia un corridoio.
Ed è qui che le parole di Jamie Chadwick assumono un significato particolare.
La tre volte campionessa della W Series ha sottolineato proprio in questi giorni come la crescita del motorsport femminile debba partire molto prima di F1 Academy. Per arrivare un giorno a una donna in Formula 1, secondo Chadwick, è necessario aumentare enormemente il numero di bambine che iniziano a correre, soprattutto nel karting, e creare un ambiente nel quale possano sentirsi parte del motorsport fin dall’inizio.
È una questione quasi matematica, prima ancora che sportiva.
Se le bambine che iniziano a correre sono poche rispetto ai loro coetanei maschi, anche il bacino dal quale potranno emergere le future campionesse sarà inevitabilmente più piccolo. Aumentare la partecipazione alla base significa quindi aumentare le possibilità di trovare, qualche anno più avanti, una pilota capace di competere ai massimi livelli.
Ma anche questo non sarà sufficiente se, una volta arrivata a quel livello, quella pilota non troverà un percorso per continuare. Ed è forse proprio questa la sfida che il motorsport femminile deve affrontare adesso.
La prima fase era convincere le ragazze a entrare nel mondo delle corse. La seconda è stata creare programmi capaci di far emergere il talento. La terza, quella nella quale ci troviamo oggi, consiste nel trasformare quel talento in una carriera.
Nel frattempo, mentre la Formula 1 cerca ancora la propria prossima Lella Lombardi, la Formula E ha deciso di alzare la posta.
Il CEO Jeff Dodds ha dichiarato di essere convinto che sarà proprio il campionato elettrico ad avere una donna titolare prima della Formula 1. Non è soltanto una previsione: negli ultimi anni la Formula E ha costruito programmi di test dedicati alle pilote, mettendole al volante delle stesse vetture utilizzate nel Mondiale. Tra le protagoniste ci sono state anche Abbi Pulling e Bianca Bustamante, mentre la stessa Maya Weug ha avuto nel 2026 la possibilità di provare la GEN3 Evo a Miami.
La provocazione di Dodds è interessante perché mette a confronto due approcci differenti. Da una parte c’è una piramide che cerca di accompagnare le giovani pilote attraverso categorie di sviluppo come F1 Academy; dall’altra un campionato che offre direttamente l’esperienza di una vettura di livello mondiale attraverso i propri test.
Non sappiamo se la previsione si avvererà.
Potrebbe essere la Formula E a scrivere il prossimo capitolo della storia del motorsport femminile. Potrebbe essere una pilota proveniente da F1 Academy. Potrebbe essere una ragazza che oggi corre ancora sui kart e che non conosciamo nemmeno.
Quello che sappiamo è che il 15 agosto 2026 ci troviamo davanti a una situazione molto diversa da quella del 1976, ma anche davanti a una domanda che non possiamo più evitare.
Cinquant’anni fa Lella Lombardi rappresentava un’eccezione straordinaria in un mondo nel quale per una donna arrivare fino alla Formula 1 sembrava quasi impossibile. Oggi le opportunità sono aumentate, le categorie dedicate esistono, i team di Formula 1 sono coinvolti e il numero di giovani pilote visibili al grande pubblico è cresciuto.
Eppure la griglia della Formula 1 continua ad aspettare.
Forse, allora, il modo migliore per ricordare Lella Lombardi non è chiedersi soltanto quanto tempo manchi prima di vedere un’altra donna in Formula 1.
È guardare a ciò che accade prima di quel momento.
A Maya Weug che, nonostante risultati importanti, cerca ancora la propria strada. Alle bambine che devono ancora scoprire il karting. Alle categorie che devono diventare davvero un ponte e non soltanto una vetrina. Ai team e agli sponsor che avranno un ruolo decisivo nel decidere quali talenti potranno continuare e quali, invece, saranno costretti a fermarsi.
Perché le pilote veloci esistono ,il problema, oggi, non sembra più essere quello di trovarle.
La vera sfida è fare in modo che non debbano smettere di correre proprio quando hanno dimostrato di meritare un’opportunità.
Cinquant’anni dopo Lella Lombardi, forse è questo il prossimo traguardo da raggiungere.
Anna Mangione
